Gli angoli bui nella pace di Obama
Barack Obama non ha menzionato la Cia nel discorso sulla riconversione della strategia legale e militare dell’America. Non è un’omissione di poco conto. Durante la sua presidenza l’agenzia di Langley ha affrontato una profonda metamorfosi da apparato d’intelligence essenzialmente impegnato nella raccolta e nell’analisi di informazioni in organo paramilitare che scruta ed elimina i nemici sul campo. Obama ha esplicitamente ammesso l’esistenza del massiccio programma di bombardamenti con i droni, ma non l’ha attribuito alla Cia, che negli anni ha sfruttato il suo status legale per velare le missioni in Pakistan, Yemen e Somalia.

Barack Obama non ha menzionato la Cia nel discorso sulla riconversione della strategia legale e militare dell’America. Non è un’omissione di poco conto. Durante la sua presidenza l’agenzia di Langley ha affrontato una profonda metamorfosi da apparato d’intelligence essenzialmente impegnato nella raccolta e nell’analisi di informazioni in organo paramilitare che scruta ed elimina i nemici sul campo. Obama ha esplicitamente ammesso l’esistenza del massiccio programma di bombardamenti con i droni, ma non l’ha attribuito alla Cia, che negli anni ha sfruttato il suo status legale per velare le missioni in Pakistan, Yemen e Somalia. Quando il commander in chief dice che d’ora in poi gli obiettivi saranno selezionati ed eliminati secondo criteri più rigidi allude implicitamente al passaggio dei droni dal comando della Cia a quello del Pentagono, ma avventurarsi nel campo dell’esplicito è troppo rischioso. Lo spiega sul New York Times l’esegeta di Langley Mark Mazzetti: “La Cia non si ritirerà presto dal business degli omicidi mirati”. Nella visione di Obama la Cia torna a reclutare spie e a infiltrare agenti, il Pentagono si occupa di bombardare. Tutto ritorna alla normalità. Ma la normalità della Cia ormai è un’altra e riportare un apparato ai suoi antichi metodi richiede più tempo e forza di volontà politica di quanto Obama sia disposto ad ammettere. E questo è soltanto uno dei dubbi sulla fattibilità del progetto obamiano. Il presidente farà pressione sul Congresso perché “riveda, e alla fine elimini, l’Authorization for use of military force (Aumf)”, la legge sulla guerra al terrore. Il sottosegretario del Pentagono Michael Sheehan ha detto però che il dipartimento è più a suo agio che mai con l’Aumf: “A mio giudizio questo assetto continuerà per parecchio tempo, oltre il mandato del presidente. Penso almeno dieci o vent’anni”. Anche sulle leggi che regolano il controllo dei giornalisti Obama ha omesso un pezzo della storia. Invoca una “shield law” per impedire che i rappresentanti dei media vengano spiati, ma non spiega che una legge del genere è già stata bocciata dalla sua Amministrazione, che non è disposta a rinunciare alla deroga per ragioni di sicurezza nazionale. I giornalisti, insomma, non si possono controllare, tranne quando c’è di mezzo la sicurezza: i casi che hanno infiammato Washington nelle ultime settimane cadono tutti sotto l’eccezione che Obama non ha nessuna intenzione di eliminare. Su Guantanamo, infine, ha virtualmente risolto soltanto un terzo del problema eliminando il divieto di trasferire prigionieri yemeniti. Il resto del caso è affidato a un funzionario apposito, stesso metodo usato senza risultati per oltre quattro anni. Demilitarizzare la Cia a questo punto sembra quasi la parte più semplice.